Ecco chi sono i nuovi ’killer’ dell’ozono

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10 marzo 2014 - ore 18,34

L’impegno continuo per preservare la fascia di ozono che protegge il Pianeta dai raggi ultravioletti – e quindi anche noi in prima persona – è una delle sfide più importanti per il nostro futuro, nonché uno dei progetti scientifici che, negli anni, ha più di molti altri saputo dare risposte soddisfacenti tali da poter essere a buon diritto valutato come un successo: l’impulso dato dalla ricerca negli anni scorsi ha saputo raccogliere e convogliare gli sforzi comuni per garantire qualcosa di troppo importante per essere affrontato con superficialità o sufficienza.

E già da qualche tempo i risultati iniziano a vedersi concretamente, seppur timidi: quindi, benché sia facile immaginare come problemi del genere non possano certamente risolversi in un arco di tempo breve, va comunque esaltato il valore della risoluzione di mettere al bando i gas clorofluorocarburi responsabili dei danni alla fascia d’ozono che, di fatto, entrò in vigore il 1° di gennaio del 1989 con la ratifica da parte di 192 Paesi del Protocollo di Montreal. Probabilmente si trattò dell’accordo internazionale di maggior successo della storia: la posta in gioco forse questa volta richiedeva uno sforzo di responsabilità che in altri casi, vedi il protocollo di Kyoto, non è stato possibile ottenere da tutte le parti in gioco. Tuttavia il percorso per la salvaguardia dell’ozono continua ad essere lungo ed accidentato e, oltretutto, pericoli e minacce non sono state del tutto sventate con le rigide direttive del trattato: lo rivela uno studio recentemente pubblicato da Nature Geoscience firmato da un gruppo di ricercatori coordinato dal professor Johannes C. Laube della University of East Anglia, UK.

Gli scienziati affermano di aver identificato nuovi gas “killer” responsabili dei danni alla fascia d’ozono: quattro composti chimici distinti, individuati sia in campioni atmosferici raccolti nella remota e poco inquinata area di Cape Grim, in Tasmania, tra il 1978 e il 2012, sia nelle carote di neve parzialmente compatta (chiamata firn, una sorta di archivio naturale e secolare della nostra stmosfera) estratte dalle profondità dei ghiacci della Groenlandia nel 2008. Analizzando la composizione dei materiali grazie alla cromatografia-spettrometria di massa, è emerso come dei gas tre appartengano alla famiglia dei clorofluorocarburi (CFC) ed uno a quella degli idroclorofluorocarburi (HCFC); le sostanze, inoltre, sarebbero sicuramente esito di produzione umana, dal momento che risultavano assenti nell’atmosfera prima degli anni ’60. Gli autori hanno calcolato che l’emissione totale per i quattro composti nell’atmosfera dovrebbe essere di circa 74.000 tonnellate, almeno fino al 2012: una quantità esigua, rispetto al milione di tonnellate annuo dei CFC negli anni ottanta, ma non per questo trascurabile.

7 marzo 2014, panoramica sopra l’Antartide: i verdi e i gialli designano le aree con maggiore concentrazione di ozono, i blu e i viola quelle con concentrazione più bassa (NASA Ozone Watch)

Il Protocollo di Montreal, infatti, puntava ad una eliminazione graduale delle sostanze nocive per l’ozono che entro il 2010 andava trasformata in divieto totale ma, come ogni regola e norma che si rispetti, presentava alcune “scappatoie” interne che rendono ancora possibile, seppur in misura marginale, il ricorso ai CFC. Il fatto che le emissioni continuino costituisce un problema soprattutto alla luce del fatto che tali gas si dissolvono con estrema lentezza, quindi, quand’anche la loro produzione cessasse immediatamente, resterebbero presenti ancora molto a lungo nell’atmosfera. Sta di fatto che gli stessi scienziati ammettono di non conoscere la fonte di emissione e di essere preoccupati per la sua individuazione: è probabile che l’origine sia da ricercare in alcune sostanze chimiche utilizzate per la produzione di insetticidi usati in agricoltura o in solventi per la pulizia di componenti elettronici.

Insomma, il danno all’ozono non è ancora una storia del nostro passato ma, come dimostra il lavoro degli scienziati, potrebbe facilmente tornare ad essere parte del nostro presente ed allungarsi come un’ombra sul futuro del Pianeta: e anche se dai rilievi effettuati risultano scarse concentrazioni nell’atmosfera, non è comunque ancora il caso di abbassare la guardia. Solo da poco, del resto, la fascia che ci protegge ha iniziato a dare qualche segnale di miglioramento, dopo gli anni ’80.

FONTE: FANPAGE
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Foto Allegate

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