Come avvenne l’incidente di Luca Parmitano?

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27 febbraio 2014 - ore 22,29

Benché abbia fatto addirittura una comparsa in splendida forma sul palco dell’Ariston la scorsa settimana, e nonostante la sua missione di sei mesi si sia conclusa con un regolare successo, c’è da essere sicuri che Luca Parmitano dimenticherà difficilmente gli attimi durante i quali la sua “passeggiata” spaziale venne bruscamente interrotta da un incidente: un evento accidentale che poteva causare conseguenze ben più gravi e che, stando alle ultime indagini in merito, poteva essere evitato soltanto con maggiore accuratezza.
Paura alla Stazione Spaziale Internazionale

Pochi giorni dopo la prima andata a buon esito, svoltasi il 9 di luglio, la seconda missione extra-veicolare, del 16, era durata appena una novantina di minuti: a quel punto, infatti, l’astronauta italiano aveva iniziato a lamentare la presenza di acqua abbondante nel proprio casco. Ricevuto l’immediato ordine di rientrare, ed aiutato dal collega “veterano” Christopher Cassidy, per Parmitano, come lui stesso raccontò qualche giorno dopo, le cose si erano messe piuttosto male, anche se per pochi minuti: con mezzo casco pieno d’acqua, infatti, il cosmonauta non sentiva e non vedeva  più e, soprattutto, per qualche istante ha avvertito il liquido arrivare fino al naso. Nulla che sia anche minimamente ravvisabile dal video realizzato durante la missione: ma un concreto pericolo vissuto per chi è stato direttamente coinvolto, avendo Parmitano seriamente corso il rischio di “annegare” nel proprio stesso elmetto. Del resto, la stessa capacità del cosmonauta “orgoglio nazionale” di mantenere il sangue freddo in un contesto del genere ha giocato un ruolo determinante nell’evitare conseguenze ben più gravi.
Il guasto

Il casco di Parmitano (credit: NASA)

A distanza di sette mesi dall’episodio, la NASA ha reso pubblici ieri in conferenza stampa i risultati delle indagini effettuate dalla commissione istituita appositamente per chiarire i fatti del 16 luglio: lo ha fatto con un rapporto che individua in un malfunzionamento del sistema di raffreddamento della tuta la causa primaria dell’incidente. Quando Parmitano aveva annunciato che iniziava ad avere dell’acqua nel casco, in effetti, aveva anche specificato di averla assaggiata e di aver verificato che non fosse potabile: dal momento che gli astronauti hanno una riserva idrica da utilizzare durante la Extra Vehicular Activity, questo poteva già consentire di escludere l’ipotesi che il liquido incriminato provenisse da questa. Il rapporto ha quindi confermato quel litro e mezzo d’acqua era dovuto ad un guasto al sistema di raffreddamento della tuta, il quale era stato istruito in un suo tratto da un piccolo ammasso di silicato di alluminio, la cui origine sarà ancora tutta da chiarire: l’ostacolo ha impedito all’acqua di scorrere come doveva, favorendone la risalita verso l’alto.
Un incidente che poteva essere evitato

Gli stessi esperti hanno specificato come l’episodio fosse stato già in parte “preannunciato” dalla missione extra-veicolare della settimana precedente, al ritorno della quale era stata riscontrata la presenza di acqua nel casco, naturalmente in quantità inferiori: tuttavia, sia l’equipaggio della Stazione Spaziale Internazionale, sia il personale NASA dalla Terra ne avevano attribuito la responsabilità proprio alla sacca di riserva idrica della tuta, preoccupandosi di sostituirla prontamente ma non di indagare oltre sulle condizioni della tuta di Parmitano la quale, nella successiva “passeggiata spaziale”, è stata indossata.

La commissione ha sottolineato come i tempi serrati per le ricerche nella ISS non siano il contesto ideale per avviare ricerche “fuori programma”: la pressione subita da chi lavora in orbita potrebbe dunque aver giocato un ruolo fondamentale nel creare quell’errore di interpretazione che ha evidentemente comportato la sottovalutazione di un problema ben più grave. E del resto non si può trascurare il fatto che mai nulla del genere fosse accaduto prima: considerando che conseguenze effettive non ce ne sono state, quindi, si è trattato solo di una buona lezione che la NASA sfrutterà per migliorare ulteriormente protocolli relativi a sicurezza, addestramento e comunicazione. Perché mai, nello spazio, ci si debba sentire improvvisamente in difficoltà come è accaduto a Luca Parmitano.

FONTE: FANPAGE
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